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Spiritualità e bollette

  • Foto del escritor: Kapok
    Kapok
  • 14 jul
  • 6 min de lectura

L'ultima eredità del sogno


"Nonostante tutto, Corviale è fotogenico".

Don Gabriele, trent'anni di permanenza al quarto piano, si è fatto lasciare qui dalla diocesi quasi contromano, un caso e una scelta, la sua vocazione – vivere in comunità – per portare avanti la sua missione.

Nonostante tutto, cosa?

Ci sarebbe una lunga lista di "nonostante". La storia, prima di tutto: mezzo secolo di cemento armato nella campagna romana, un intreccio di necessità, negligenze, abbandono e orgoglio. Poi il nonostante dell'urbanistica: la spinta utopica verso un'architettura popolare e inclusiva, seguendo lo spirito del tempo, pensata per una nuova classe sfrattata – i poveri, direbbe il meritocratico; gli inutili, il sociologo; quella forza lavoro che, per ragioni x, non può essere assunta, condannata a un limbo di sussidi e vuoti legislativi.

Il progetto del Serpentone è tutto questo e, allo stesso tempo, nulla di tutto ciò.

"Come ci sei arrivato qui?", gli chiede J. Rufo, un fotografo che visita Corviale per la prima volta.

"Ho cercato", risponde con un forte accento toscano Don Gabriele. "Ho girato un po' per tutta Italia e poi a Roma ci siamo divisi: io qui, altri a Bastoggi e così via".


Nonostante l'abito, Gabriele non incarna il cliché del prete evangelizzatore che ci si potrebbe aspettare. Al contrario, sembra lasciare i rituali e le istanze teologiche in secondo piano, lasciando parlare al loro posto la periferia con tutta la sua voce, il centro filosofico di azione di ogni attività comunitaria.

"Trent'anni fa i problemi erano già belli che avanzati", ci racconta con un bicchiere di cola sul ballatoio ovest del fantomatico quarto piano, dove la campagna, le pecore e la pianura sterminata sembrano smentire la vicinanza del raccordo anulare. "La lentezza burocratica nell'assegnazione delle case, le occupazioni sistematiche e il degrado di questo piano, pensato per servizi e negozi che non poterono mai aprire per irregolarità urbanistiche, cambiarono rapidamente l'utopia in stigma".

Stigma del degrado, per esempio, per qualcuno diventata una bandiera d'identità marginale, di dimenticati, di desaparecidos. Spesso escrementi freschi di animali domestici decorano i corridoi, i ponti e gli spazi comuni. "Quasi come se fosse una specie di manifestazione di orgoglio", afferma Aldo Feroce, un fotografo del posto che ha vissuto tutti i cambiamenti del megaquartiere. "Tié, beccate 'sta merda”, sembra il messaggio. “Se non è cambiato nulla in cinquant'anni, tanto vale deturpare tutto".


E qui torna la contraddizione istituzionale. Dopo decenni di abbandono sistematico, dove migliaia di persone si sono trovate isolate, senza servizi pubblici né autobus per raggiungere la città, ultimamente il governo ha portato avanti progetti come il "Chilometro Verde" e "Rigenerare Corviale", per un totale di oltre venti milioni di euro. "L'intenzione è trasformarlo e non solo mantenerlo", ha detto il sindaco Gualtieri all'inaugurazione di una nuova piazza nel giugno 2025. Riqualificare per gentrificare?

"Che ossessione questa di lasciare in vita un progetto di abitazione fallito", ratifica il prete la sua propria legge dell'aborto. "A che serve rifare gli infissi e le terrazze se il cemento sta già arrivando al limite della sua esistenza fisica?" Per di più, il palazzo si sta lentamente svuotando. Dai novemila abitanti degli anni Ottanta ai quattromila di oggi. Il Nuovo Corviale è un simbolo, più che altro: un Colosseo, una Mecca, un monumento storico e religioso dove l'architettura è rimasta, al contrario della fede. "Perché non aprire uffici o negozi invece? Il progetto abitativo è fallito, è ora che se ne rendano conto".


Eppure, questa ossessione per un fallimento da tenere in vita è solo il sintomo di qualcosa di più profondo. L'indice di fiducia nel Bel Paese è tra i più bassi al mondo. La diffidenza verso il prossimo e le istituzioni è diventata qui una premessa da cui si parte, una lente attraverso cui guardare ogni cosa. Il progetto del Corviale, la triste storia dell'agglomerazione rapida e incontrollata, unita all'abbandono sistemico, hanno alimentato questa sfiducia, che si è manifestata nell'indignazione e nell'abuso di spazi pubblici. La logica è semplice e spietata: sopraffare se ti hanno già sopraffatto. I ballatoi e gli spazi comuni vengono privatizzati da singoli residenti con porte, recinti per cani, stendini e motorini, creando nuove proprietà private speciali con l'uso della forza e dell'assenza statale. È il fallimento di un patto, prima ancora che di un progetto urbanistico utopico.

Su una parete del quarto piano, accanto a una scritta islamofoba, una citazione dell'architetto Alessandro Montenero:

"Il ruolo del portierato sarà comunque fondamentale perché quando si è all'interno di una comunità vasta e non in un piccolo nucleo, ci vuole sempre un soggetto che custodisca gli spazi comuni. È necessario identificarsi e riconoscersi nel luogo in cui si vive. Se non c'è questa forte identificazione, c'è pericolo che nasca il degrado e che si generi insicurezza".


Nel laboratorio di artisti e artigiani del Corviale, ce n'è più di uno che si identifica con l'idiosincrasia del palazzone. È un giorno qualsiasi di fine corso scolastico e l’atelier, alle dieci del mattino, è un via vai di gente: tanti conoscenti ma anche qualche curioso forestiero attratto dal nuovo recinto culturale.

"Ci hanno fatto fuori dal capannone per costruire la nuova piazza", si lamenta uno con un barlume di speranza.

Per lasciare traccia ai posteri, molti artisti affiliati lavorano nelle scuole, provando a spiegare l'esperimento sociale iniziato negli anni ’70 applicando le idee all'arte e viceversa. Non nella scuola del palazzone sicuramente, aperta per soli due corsi all'inizio degli anni Ottanta – uno dei fallimenti colossali dell'utopia da ufficio, il primo campanello d'allarme di una malattia strutturale, indice rilevante di una claustrofobia quasi da prigione. "I bambini giocavano con i coltelli", dice un altro artista, lasciando intendere con un sorriso esorcizzante la gravità del tema. "E gli adulti con la droga". La dipendenza come sfondo culturale, l'arrivo della tendopoli che tanti media ha attratto, le ripetute promesse politiche e i giochi istituzionali, o meglio, paraistituzionali.

Molti dei primi residenti erano famiglie sfrattate dal centro storico, incapaci di sostenere gli affitti. A Corviale avrebbero dovuto trovare una casa e un futuro. Invece, hanno dovuto lottare quotidianamente per ottenere ciò che sarebbe dovuto essere garantito: luci nei corridoi, ascensori funzionanti, un autobus per raggiungere la città, una scuola per i propri figli. In assenza di qualsiasi sostegno, di qualsiasi tentativo di costruire comunità, si è compiuto in silenzio uno dei tanti "crimini di pace" che hanno segnato la storia dell'edilizia popolare in Italia.



Non c'è da stupirsi se la stanchezza e la disillusione si sono fatte strada. Un'indagine del 2025-2026 su settantacinque nuclei familiari rivela che il 49,1% delle famiglie residenti a Corviale vive sotto la soglia di povertà assoluta.

"Sono stanco di giornalisti e camere nascoste per sensazionalismi bassi come le Iene", ci vomita addosso un lavoratore del Comitato Inquilini, un'associazione di residenti che nasce per difendere i diritti degli abitanti del quartiere e rappresentarne le istanze. "Se siete venuti per fare scoop da neocolonialisti, qui non è il luogo giusto".

Lo stigma pesa su queste mura. Dalla leggenda urbana del suicidio dell'architetto alla falsa accusa di ostacolare il ponentino sul resto della città. Corviale lotta ogni giorno tra un profondo senso di appartenenza e una testimonianza non celebrativa della sua esistenza.

I grandi spazi aperti, gli anfiteatri e i grandi vasi per piante ornamentali, tutto è di cemento pesante, grigio e squadrato. Il nuovo elemento della speranza post-Sessantotto, una terra differente, un'aria propria da conquistare.

Ogni blocco ha pitturato i ballatoi con il proprio colore, per dare loro vita e identità, in un bisogno estremo di contrastare l'abbandono e il senso di discarica umana e materiale. In quest'ambiente, i fiori trovano uno spazio fondamentale per contrastare il grigio Ater – l'Azienda territoriale per l'edilizia residenziale – e la sensazione incontrastabile di passeggiare in un enorme non-luogo, una stazione hotel o un hotel stazione.

I cortili interni tra i palazzi sembrano colonizzati da anni di immondizia, e ballatoi e spazi comuni non sono da meno. Impossibile non riportare quel curioso aneddoto dei palazzi popolari della Georgia, dove gli inquilini erano soliti gettare l'immondizia dalla finestra perché cadeva direttamente nel cassone del camion della spazzatura. Caduta l'Unione Sovietica e scomparsa l'infrastruttura dei rifiuti, il gesto è sopravvissuto al sistema che lo rendeva possibile.



Un'istituzione che si regge in piedi dopo tutti questi anni di allontanamento sono invece le Poste Italiane. Più che un semplice ambasciatore dell'aldilà, il postino incarna un altro fondamentale cicerone in questo labirinto di numeri, colori e colonie di cassette postali. Come Don Gabriele, anche lui è un forestiero asceso all'indubbio livello di autoctono (o qualcosa di più), maneggiando l'arte di chi potrebbe fare il percorso ad occhi bendati e raccomandare le lettere a qualcuno di fiducia, che poi le distribuisce sul ballatoio.

Spiritualità e bollette, l'ultima eredità del sogno.

Come dal sogno ci appare una silhouette emaciata da un androne, un'eccezione che ricorda lo stigma e le siringhe che tanti vogliono dimenticare. In realtà, i residenti non distano molto dalla norma della periferia romana: madri di famiglia e giovani, come in qualsiasi altro posto della capitale.

La biblioteca è piena di universitari e il bar ha una discreta affluenza per il pranzo.

"Non ti credere che siano del Corviale", conferma i sospetti Aldo. "Questi vengono da fuori perché qui è comodo arrivarci e c'è parcheggio. Purtroppo l’abbandono scolastico qui è ancora altissimo".

In tutti i sensi, Corviale è periferia. Periferia della città, periferia del quartiere, periferia dello stato, dei servizi e, chiaramente, periferia del centro. Centro che ha ignorato ripetutamente una delle sue tangenti, figlia irriconosciuta di una Roma che l'ha abortita e giudicata come colpevole.

Corviale è periferia volente o nolente, sapendo che nella periferia sta il centro di ogni interesse: il fulcro e il fuoco di ogni malessere e benessere, problema e risoluzione, prova ed errore, vita o morte.



 
 
 

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