MOLISE - TERRA DI NESSUNO
- Kapok

- 17 ene 2020
- 6 min de lectura
Testo di Alex Iasilli
Foto di Jacopo Rufo
(www.instagram.com/jacopo_rufo)

Il Molise non ha confini. Entriamo in una galleria e la radio trema; fuori è sereno, ma nella galleria piove. Nessuna targa ci invita, ma già sappiamo dove siamo. Il primo segnale di vita è il cimitero di Venafro, con la sua vista spaventosa al confine casertano. Si staglia all’orizzonte il gran cementificio di San Sesto Campano, negli ultimi anni sotto i riflettori per lo scambio di rifiuti appartenenti alle ditte della criminalità organizzata. Nel giro di 15 km prosperano nella valle un cementificio e due inceneritori, per un totale di quasi 450mila tonnellate di rifiuti bruciati annualmente. La rugiada mattutina prova a nascondere le prove del misfatto ma poi ci rendiamo conto che quello che credevamo fosse nebbia è semplicemente fumo e inquinamento. I semafori in pensione e le lampadine rubate ci confermano tempo e locazione: siamo entrati nella terra di nessuno.

Paradossalmente uno dei capoluoghi più alti d’Italia si chiama Campobasso, magnete di strade statali e venti gelidi. Ci perdiamo come turisti negli infiniti sensi unici della città, un labirinto fuorviante imbiancato dalle prime nevi stagionali.
Incrociamo più di un alimentari che recita specialità pugliesi o mozzarelle campane o ancora frutta e verdura laziale.
‘Quante volte vi avranno detto che il Molise non esiste?’, chiedo a Giuseppe, che da anni promuove privatamente la regione, solo Dio sa perché.
‘Fin troppe’, risponde, ‘e probabilmente l'invisibilità è l’unico fatto rinomato della nostra terra. Vogliamo valorizzare le tradizioni, blabla, la cultura, blabla, la natura, etc...’.
Utilizza spesso il concetto di comunità ed ogni tanto ci regala qualche terminologia d'oltralpe da marketing consultant.

‘L’istituzione pubblica è lenta e antiquata, non risponde alle attenzioni rapide del mondo di oggi. Da quando hanno promosso il sussidio di residenza attiva per ripopolare la regione, abbiamo avuto un boom di messaggi sulla nostra pagina. Scrivevano dalla Russia, dal Messico e da tutto il mondo, perché non riuscivano a trovare l’apply form sul sito della regione. Il website risulta poco chiaro, lento e per nulla trasparente’.
In effetti, la maggior parte delle notizie internazionali sul Molise che si possono trovare sulla rete riguardano il reddito di residenza attiva, una sovvenzione statale per ripopolare l’impopolabile.

L’uscita obbligatoria ha molti destinatari ma pochi mittenti. La maggior parte dei giovani emigra a Napoli, Roma, Milano o, chi può, ancora più in là. Le famiglie soffrono e nello stesso tempo sperano che i figli si facciano una vita altrove. “Chi ve lo fa fare a rimanere qui?”, paiono suggerire tra le lacrime nascoste di un Sud perennemente esule.
Lorena vive da sette anni all’estero ed ogni anno, puntualmente, rivive il giorno della marmotta. ‘Ah, dove vivi ora?’, gli chiedono continuamente, a mo’ di Buon giorno, come va?

Non ci sono autostrade per congiungere gli impervi 130 km che vanno dall’ovest all’est, e pare proprio che non soffi neppure il vento dell’informazione tra le valli distanti. A Longano non sono nemmeno al corrente del terremoto del 2002. ‘Quale? Dell’85, vorrai dire?’.
Nel comune di Casacalenda l’assessore parla in pubblico di treni inesistenti sopra il palcoscenico del prestigioso Film Festival. Sono passati sei anni dall’ultima volta che Trenitalia ha fatto fischiare le rotaie in paese, ma tutti continuano a far finta di niente. I centri storici sono quasi completamente abbandonati e spesso la gente preferisce vivere nei prefabbricati costruiti nel 2002 invece di tornare alle loro case ristrutturate con i fondi europei.
‘E allora mandiamo i rifugiati a vivere nelle case vuote?’
‘No, grazie’, è stata la risposta della demos.

Come vedi il Molise fra 15 anni?, la domanda ricorrente e lungimirante.
Termoli, la seconda città della regione, rievoca con la sua desolazione il giorno del giudizio finale. Il vento freddo, le feste natalizie e i lidi abbandonati possono essere fattori per giustificare tale mortorio apocalittico. Unico superstite dell’attacco nucleare è un napoletano intirizzito che vende sfogliatelle artigianali.
‘Ma è successo qualcosa?’, gli chiede Jacopo. ‘C’è una partita? O è morto il papa?’.
‘No, no’, fa lui, avvicinandosi il più possibile al forno acceso. ‘Qui è normale!’
Anche le pale eoliche sono in vacanza, non hanno voglia di muoversi. Però Radio Maria si sente da paura.

A Larino incontriamo nella folla delle luminarie il nostro Virgilio, che ci riscatta dall’inferno natalizio di Babbi Natale, neon e zuccheri filati. Donato ci ha riconosciuto e si sente in dovere di farci da padrone di casa.
Ci invita aggressivamente nella sua cantina e comincia a tagliare formaggi e salumi appesi in bella vista. ‘Per oggi stiamo a posto’, dice, aprendo un armadio con un infinità di bottiglie di vino casareccio, colore scuro di molte buone promesse.
È palesemente eccitato della nostra “visita” e non perde tempo nel lodare Larino e dintorni.

‘Sai che c’è un capodanno a Gambatesa dove tutto il paese sta per strada’, ci dice. ‘Pensa che vengono ogni anno 200 camper dall’Italia’.
Come se fosse un’isola, il Molise è rimasto fedele alla linea, in un perenne dopoguerra fatto di neorealismo a puntate: vino, cacio cavallo e famiglia.
‘Questo è della mia campagna’, sottolinea offrendoci l’ennesimo bendidio.
Non sappiamo come ringraziarlo, 1 perché tutto è casareccio e saporito, 2 perché non sappiamo come scappare dalla reclusione della sua violenta ospitalità.
Se c’è qualcosa che vale la pena lodare di questa ignota wasteland non è la natura, né il cibo né la storia, ma la sua gente, che rappresenta il piatto forte in un menù fin troppo sciapo. E non la considero unica e irripetibile solo per la necessità storica di lodare i suoi millenari sforzi per il pane, né per l’ostinazione di sopravvivere in questa terra di passaggio, difficile ed aspra...

La gente molisana, secondo me, può vantare una particolarità che la rende una cagna in mezzo ai maiali, come diceva De Gregori nel suo viaggio per il Bel Paese. Il Molise geograficamente è una zona franca di umiltà: non posso comprendere come la vicinanza malavitosa del foggiano e del cassinese-casertano non intacchi minimamente il suo spirito transumante di piccole produzioni locali. Con l’eccezione della piana del Venafro, l’intera regione sembra libera dall’ambiguità e quasi vergine nella sua essenza. Gli autoctoni ci confermano i sospetti.
‘Il 60% della produzione nazionale di tartufi viene da qui’, ci illustra Max, mentre prepara un centinaio di arrosticini. ‘I tartufi crescono in terre non utilizzate, disabitate e abbandonate’. Pensando al Molise spagnolo (Teruel e provincia), anche lì il tartufo sta dando da vari decenni dei risultati sorprendenti, 36000 kg annuali per un paese di appena 8600 abitanti.

Che rispondi a qualcuno che ti dice che il Molise non esiste?
‘Gli direi che bisogna crearlo, dato che è una marca come le altre, Puglia, Calabria, Toscana, ...’, ci lascia intendere Maurizio. ‘All’Isola del Giglio non c’è nulla, eppure ricordo che la guida è stata due ore a spiegare la singolarità di un solo fiore. Bisogna saper vendere il terreno e la storia, e pare che molti abbiano perso l’orgoglio della loro provenienza’.
Nonna Carolina è all’oscuro di questi dilemmi moderni. Quando la incontriamo, il freddo si fa più intenso; sono le 5 di pomeriggio ed è tempo di raccogliere la legna per il camino. Forse quegli occhi azzurri hanno visto più di un secolo, ma non possiamo saperlo con certezza. Ha perso il conto degli anni e, stupita dalla nostra visita improvvisa, si aggiusta il velo, mettendo in buona luce il crocefisso.
Flash!

Camille, invece, proviene da un altro mondo. Una decina di anni orsono, l'artista francese ha comprato una casa antica come seconda residenza in un paesello che non supera i 100 abitanti. ‘Sono venuta alla ricerca di semplicità e tranquillità, e questo posto decisamente fa al caso mio’, dice. ‘Il Molise non ha nulla da vendere a livello turistico, non esistono aeroporti e da Napoli ci mettiamo un’eternità ad arrivare. È scomodo e poco pratico, ma non mi lamento, anzi. A volte penso sia meglio che rimanga così: puro, semplice e lontano’.
La vicina di casa la saluta, è la prima volta che si incrociano dopo le feste. Ha le scarpe distrutte ed il maglione sporco di campagna, come nei vecchi tempi nei quali non vigeva questa ossessione provinciale per le camicie bianche e i bar ristrutturati con il (mal)gusto Ikea.

‘Sai, tutto bene, qui con la famiglia’, risponde con l’aria non molto convinta. Un familiare si affaccia qualche secondo alla finestra per controllare la situazione, il tempo necessario per appagare la sua sete di curiositá: le voci sui forestieri erano vere. Testa dentro che fuori é un brutto mondo.
Il fatto di vivere costantemente in un eterno dopoguerra, tra emigranti, sceneggiate e sciagure naturali, dipinge la Regione che non c’è con tratti di realismo magico nostrano.
‘Dove mangiate oggi?’, ci ripete ossessivamente la nonna di Lorena, dopo aver declinato l’offerta di un lauto pranzo. ‘Provate questo’, continua tagliando pane, mozzarelle e salumi. ‘Ma... dove mangiate oggi?’.
Nemmeno Dio sa dove mangeremo oggi, ma la neve, il gelo e la strada statale non aiutano i buoni propositi di riscaldarci col calore familiare.

Spesso la mancanza di comodità e praticità è un valore aggiunto, come nel caso delle spiagge sconosciute o delle ottime trattorie familiari. Non si può spargere troppo la voce e, chissà proprio per questo si rivelano con il loro sapore più ricercato, perché sono in pochi ad apprezzarlo. Il punto di forza del Molise si scopre chiaramente nel suo spirito umile e naif che, attraverso il dono dell’invisibilità, stupisce i pochi (moderni) transumanti, ignari del fuorviante ‘Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate’.
A malincuore, credo che il suo destino è scomparire in silenzio, senza alcuna storia scritta.
Perché, tristemente, chi non scrive la storia non ha pena dell’oblio.


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